E’ vero che la gente non fa grande differenza tra CocaCola ed Esselunga Cola?
Stasera sono andato a comprare la mia dose settimanale di surgelati, mozzarelle di bufala e bibite, nel mio supermercatino preferito. La zona bio era picchettata dalla modella più incredibile che io abbia visto da quando abito in Porta Genova (bionda, jeans chiari strappati – come i miei – capelli legati e occhiali da sole), ma questo non c’entra con la storia.
Insomma, prendo un’extra-decina di lattine di Coca – quelle nuove, alte – e 4 bottigliette di vetro, e alla ragazza alla cassa bisbiglio:
«Avete fatto bene ad aumentare le scorte di Coca. All’Esselunga non ne hanno.»
E assisto alla diffusione fulminea del passaparola. Una signora alza la testa dalle merendine (bio) sconvolta: «Non tengono più la CocaCola all’Esselunga?», poi arriva il padrone del negozio e si informa sui dettagli: «Ma proprio niente della Nestlé». Poca roba della CocaCola Company, almeno l’ultima volta che ci sono stato. Solo qualche Fanta e poca Sprite. Poi Esselunga Cola, ecc.
Tra chi era preoccupato per le proprie papille brandipendenti (io), per chi sognava l’inizio del crollo dell’impero delle bollicine, o per chi invece non aspetta altro che la GDO prenda le prime cantonate dalle grandi marche e si accorga che non può farne a meno (sempre io), il gossip era vitale.
Intanto la potenza del marchio CocaCola non è molto sopra i livelli di WalMart (che ok, non è proprio Esselunga, ma si presta al confronto), mentre Microsoft regge ancora e Google, senza un dollaro di pubblicità e con un logo fatto con gli stili di Photoshop, svetta a +77% rispetto all’anno scorso. Conclusione? Che c’è spazio per tutti, ammesso che facciano bene il loro lavoro. Multinazionali, negozi locali, aziende di massa e piccole nicchie, branded e unbranded, modelle e vecchie megere (che comprano poi le stesse cose.)
Tanto tutti possiamo rispondere con un cenno e un sorriso (e un post) all’ultima raccomandazione: «Spargi la voce, eh, che noi ce l’abbiamo, la CocaCola.»
