Era un fuoco

Era un fuoco. Quell’11 settembre faceva caldo. Faceva caldo e mi trovavo a passeggiare per le gallerie luccicanti di Milano, a consumare il rito del consumismo: e anche le suole delle mie scarpe. Mi trovavo, ma una telefonata dopo ero perso. Mi aveva chiamato Lei, che mi amava, per raccontarmi un incubo che aveva avuto quella notte. No, aspettate: un incubo in mondovisione? Vero, lei per me la valeva la mondovisione: ma insomma, non sapevo se per il resto dell’umanità fosse lo stesso. E non lo era. Ero perso nell’immagine di una torre spezzata da marcate linee nere e, nella sua parte più alta, da qualcuno che aveva deciso che usare l’ascensore sarebbe stata una perdita di tempo: entrata ad effetto. La mia giornalista inviata speciale a Torino, Italia, era rimasta senza parole davanti a quelle immagini senza senso. Di parole io ne avevo tante, ma correvano tanto veloci tra un neurone e l’altro che non mi riusciva di fermarle: e così rimasi anche io, lì, in silenzio per un minuto buono. Decisi di salutarla, le mandai un bacio non troppo convinto. “Un aereo si è schiantato contro una delle Twin Towers” mi aveva detto, Lei che ha una voce non adatta alle cattive notizie. Decisi che al momento sottoterra non ci volevo stare e salii le scale: quelle scale di vetro le feci correndo, perché sembravano spezzarsi sotto i miei passi. Non capivo, non sapevo cosa fosse successo. Sapevo solo il significato letterale di quelle parole. Ma il significato letterale spesso confonde. Non fa capire il significato vero delle cose. A leggere si impara a sei anni, a capire forse mai, ma è giusto provarci. Infatti ci ho provato, a capire cosa volesse dire quel fumo che usciva da una torre. Ho pensato potesse essere un errore umano, ma per dio, che errore preciso. Quindi qualcuno ha voluto andare a sbattere contro quella torre. E allora chi, e perché. Fissavo adesso un altro schermo, che di solito trasmette pubblicità di macchine di lusso. Era incredibile vedere che ognuno di quelli che come me fissava lo schermo non aveva niente da dire. Stavano tutti in silenzio, un silenzio brutto, un silenzio spezzato in un certo momento, da un grido, il grido di chi per prima ha visto il secondo aereo schiantarsi contro la seconda torre: questa volta a metà, colpo basso. Fu un attimo, che tutti, tutti davano una loro opinione sull’accaduto. Quelli che prima, come me non avevano niente da dire, sembravano non capire, adesso erano d’un tratto diventati esperti politologi e sostenevano le più disparate teorie, da un attacco di Saddam Hussein al folle gesto di una setta satanica, a chissà qualche altra teoria che non ho sentito perché io, ancora, non capivo.

Foto di Premshree Pillai

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