A volte è bello sentirsi utili a Milano. E non è facile. Milano si lascia aiutare poco volentieri, ti ospita e tu sei uno dei tanti o spesso dei troppi. Ma slalomare nella pioggia, di sera, tra le macchine parcheggiate, magari scivolare sul lastricato in seconda e trovarti sotto le secchiate (autoprodotte) della pozzanghera dietro l’angolo, ti dà ancora il senso di potertela cavare, come in una piccola e cattiva Los Angeles.
Ogni tanto va male, però, e Betta ieri sera ha accartocciato la sua AlfaRomeo targata BS contro una CLK argentata. Shit happens. Specie in un parcheggio. Senza slanci di velocità o rally in giro per i semafori scivolosi. Così, in uno spiazzo, percorrendo la flebica corsia lasciata libera dalle altre macchine accavallate, sopite sotto il tramonto in attesa di rientrare nella guerra dell’ora di punta. Passava Betta, insomma, e nello stesso istante convergeva – invisibile – questa CLK lucente, che metteva fuori il musetto, il fanale, la ruota, nella corsia. E in un millisecondo l’impatto. Un millisecondo sbagliato, non c’è dubbio.
Esco dall’ufficio e saluto, senza vedere. Poi vedo e mi fermo. Attendono la polizia da quasi un’ora. Marco (era in macchina con lei) resta un po’, poi salta sul 27 per non perdere un treno per Roma. Io mi fermo nella speranza di poter fare qualcosa, ma per due ore non posso fare molto altro che prendermi della pioggia sul nuovo taglio Jean Louis David.
All’alba delle 21,30 (3 ore dall’incidente) i gentili ganzi della Polizia Locale riescono a scrivere il loro papiro, tutto maiuscolo, senza un punto e con molti passati imperfetti, e dopo un’altra mezz’oretta posso accompagnare Betta in salvo, a casa, mentre mi racconta del suo amico che lavora a Google Dublino. Lacrime di commozione.
Ripartendo verso casa, piove come se piovesse. Prendo una direzione a caso e mi perdo in maniera definitiva e terminale. Passa un’altra mezz’ora e mi ritrovo sulla tangenziale in una posizione facilmente approssimabile con l’opposto diametrico di casa mia.
Alle 22,30 insomma ripasso davanti all’ufficio da cui ero partito e finalmente la strada si fa familiare. Intorno a casa i parcheggi sono più inesistenti che unici, quindi navigo su e già per il viale e con scarsa prontezza e troppa gentilezza cedo 3 posti a macchine che fantomaticamente lo avevano visto prima, pur trovandosi lontane anzichenò.
Ad ogni modo, passando in via Savona la macchina davanti a me si ingorga ad un incrocio, poi scarta e salta via, lasciando libera la visuale per il motivo dell’intoppo: una vecchia alta un metro e un tappo, cappotto rosso, braccia aperte e bastone sventagliante. In mezzo all’incrocio. Mi fermo, tiro giù il finestrino e chiedo se ha bisogno. C’è anche il nipote poco dietro, trentenne ben vestito, bravo ragazzo con valigietta. Deve scappare a prendere il treno, «deve andare dalla morosa». E mi chiede un passaggio (la vecchia) fino al bar Orfeo, 100 metri da qui. Prego signora.
Ci mette circa 8 ore a coordinarsi con il bastone, salire in macchina e evitare di darmelo in faccia, mentre l’auto-popolazione milanese, dietro, non si dimostra molto comprensiva. Salutiamo calorosamente il nipote che fugge e togliamo le luci di emergenza per portare la vecchia coi baffi fino all’Orfeo.
L’Orfeo però è chiuso, così come tutti gli altri cacchio di bar di Milano, giovedì sera alle 23. Cerchiamo un bar, ci scambiamo consigli MilanoTonight io e la vecchia, come se fossimo blogger. Coni Zugna, chiuso, Cucchi, chiuso. Bar Novecento? No. «Il primo aperto che troviamo, mi lascia là». Niente, Corso Genova, così poi prende il 14. Chiusi. «Guardi com’è diventata Milano, bruttissima, guardi, non è più come una volta.» C’è la Pusterla, se no la mollo al McDonald’s di Molino delle Armi. Mi infilo nella corsi dei taxi, 4 frecce, fermata Pusterla. «Ora mi accompagna, vero? Io non conosco nessuno qui.» Certo signora.
Per scendere dalla macchina, circa 9 ore e vari tentativi di appoggio e aggrappo (a me, che la tiro per la mano e tengo la porta). Poi giù dalle scale a passo di vecchia. Premurosa. «L’hai chiusa la macchina? Chiudila, eh!» L’ho chiusa signora, ha il telecomando.
Cerchiamo un posto a sedere, «dentro o fuori?» Non lo so, signora, scelga lei. Andiamo dentro, fa freddo e piove. Entriamo, sempre a passo di vecchia, tra le ragazze giovani e carine, troviamo un tavolo che le piace, le accomodo la sedia e lei si siede nell’altra. «Si fermi a prendere un caffè!» Signora, non posso, non ho neanche cenato. Ampio sorriso. La saluto, buona serata.
La mia, splendida.